Interviste

Lara Pozzato indica la strada: "Fame, identità e tanto lavoro per riportare in alto Torino"

24.07.2026 15:57

L'entusiasmo di chi torna a casa e la determinazione di chi ha costruito ogni tappa del proprio percorso con il lavoro: Lara Pozzato è uno dei volti nuovi dello staff tecnico di Basket Torino, dove affiancherà Paolo Moretti nella prossima stagione di Serie A2. Una vita trascorsa sui campi da basket, prima da giocatrice e poi da allenatrice, passando per il settore giovanile, il minibasket e il basket femminile, fino a maturare un'esperienza che oggi la porta a confrontarsi con il campionato cadetto. In questa intervista ripercorre il proprio cammino, racconta come è nata l'opportunità di tornare nella sua città, spiega la filosofia di lavoro dello staff tecnico e analizza le prospettive della nuova Basket Torino, senza rinunciare a uno sguardo sulle possibili protagoniste del prossimo campionato di A2. Un percorso che, oltre al valore tecnico e professionale, rappresenta anche un piccolo pezzo di storia: Pozzato sarà infatti la prima donna a ricoprire il ruolo di assistente allenatore della prima squadra di Basket Torino.

Partiamo dal suo percorso. Come si è avvicinata al mondo del basket? Ci racconti il suo percorso fino a diventare assistente in A2.

Il mio avvicinamento alla pallacanestro è stato praticamente naturale, non avevo alternative (ride, nda): sono nata e cresciuta in una famiglia completamente immersa nel mondo del basket. Mio nonno è stato presidente della Reale Società Ginnastica Torino, mio padre prima giocatore e poi allenatore, mio fratello è un giocatore, mia nonna è sempre stata una grandissima appassionata di questo sport e mia madre, dopo aver conosciuto mio padre quando aveva sedici anni, è stata per tanti anni dirigente e accompagnatrice. Inoltre, tutta la nostra cerchia di amici ruotava intorno alla pallacanestro. Ho iniziato come giocatrice nella Reale Società Ginnastica Torino, successivamente ho esordito anche in quella che all'epoca era la Serie B, poi ho continuato in altre realtà della Serie B regionale. Parallelamente, però, ho iniziato il percorso da istruttrice minibasket. Avevo capito molto presto che allenare mi piaceva tantissimo. Così, ho iniziato il percorso minibasket affiancando anche mio padre, che in quel periodo allenava il settore giovanile del Settimo. Successivamente sono passata al Conte Verde Rivoli, lavorando con le giovanili, lasciando gradualmente il minibasket, per poi frequentare tutti i corsi della Federazione. Poi sono arrivate le esperienze a Venaria e Moncalieri, per poi intraprendere il percorso che mi ha portata a diventare allenatrice nazionale, che era l'obiettivo che volevo raggiungere nella mia carriera.

A un certo punto, però, ha dovuto conciliare il basket con il lavoro.

Sì. Il Covid non ha sicuramente aiutato quella che era la mia scelta di provare a vivere esclusivamente di pallacanestro. Diciamo che il destino mi ha fatto capire che probabilmente non era il momento giusto. Negli ultimi anni ho quindi portato avanti entrambe le attività. Sono arrivata a Pegli subito dopo il Covid, diventando in cinque anni sia responsabile del settore giovanile che allenatrice della prima squadra, ruolo che ho ricoperto fino all'ultima stagione. Parallelamente lavoravo nel settore della sicurezza sul lavoro. A un certo punto, però, mi sono ritrovata un po' scoraggiata. Faticavo a capire quali fossero davvero i progetti seri per chi voleva fare della pallacanestro il proprio lavoro. Basta vedere quante società, purtroppo, scompaiono da un giorno all'altro. Mi sono ritrovata, a trentasei anni, a rimettere in discussione tante scelte.

Poi è arrivata la chiamata di Basket Torino.

È successo in una giornata qualunque, probabilmente una delle più difficili dell'ultimo periodo. Mi ha chiamata Paolo e mi ha detto: «Possiamo riprendere quella chiacchierata che avevamo fatto un anno fa?». Mi ha illustrato il progetto e, dentro di me, la risposta era già "sì". Dovevo soltanto capire se sarei riuscita a conciliare tutto con il lavoro. Alla fine mi sono detta che avevo già preso la mia decisione. 

Lei è la prima donna a ricoprire il ruolo di assistente allenatore nella storia di Basket Torino. È un traguardo simbolico importante: quanto pesa questa etichetta? Oppure preferirebbe che si parlasse semplicemente di Lara Pozzato, senza sottolineare il fatto che lei è una donna?

In realtà non mi pesa per niente. Se non esistessero i social e tutta l'attenzione che si è creata attorno al fatto che "Pozzato è una donna", probabilmente non mi sarei nemmeno posta il problema. Forse dipende anche dal fatto che sono cresciuta e ho sempre lavorato in ambienti prevalentemente maschili, sia nel basket sia nella mia attività professionale. Non ho mai percepito particolari discriminazioni o differenze di trattamento. L'unica cosa che mi sento di sottolineare è che, probabilmente, le donne hanno ancora meno opportunità. Però credo anche che non spetti a noi risolvere da sole un problema culturale così ampio come quello della disparità tra uomo e donna. La battaglia vera deve essere quella di garantire pari opportunità. Poi, una volta che tutti hanno la stessa possibilità, devono essere il merito e le competenze a fare la differenza. Io sarò giudicata per quello che farò sul campo e per il lavoro che svolgerò dietro le quinte: preparazione video, lavoro individuale con i giocatori e tutto ciò che compete a un assistente. Il resto passa in secondo piano.

Qual è l'aspetto del lavoro di assistente che l’appassiona maggiormente? 

Negli ultimi anni mi sono trovata spesso a ricoprire praticamente tutti i ruoli. Anche se si trattava di una Serie B femminile, seguivo la preparazione tattica, il lavoro individuale, la crescita delle atlete e molti altri aspetti. Se dovessi scegliere, direi che mi affascina soprattutto lo studio individuale dei giocatori e degli avversari. Mi piace analizzare i video, individuare i punti deboli delle altre squadre e capire come valorizzare al massimo i nostri punti di forza. Mi piace molto anche tutto quel lavoro che spesso non si vede dall'esterno, quello che definisco il "lavoro sporco". Credo che sia proprio questo il contributo principale che un assistente deve portare durante la stagione. Anche il lavoro individuale con i giocatori mi entusiasma. Ti permette di intervenire sui dettagli, e io sono una persona quasi maniacale sotto questo aspetto.

C'è un allenatore o una figura che ha influenzato maggiormente il tuo modo di vedere la pallacanestro? Qualcuno dal quale hai cercato di "rubare" qualcosa?

La mia prima grande passione è l'Eurolega. Seguo tantissimo quel campionato e credo che tutti gli allenatori di Eurolega siano dei punti di riferimento. Se però devo fare un nome, scelgo Alberto Seravalli. L'ho conosciuto quando era ancora giocatore e ho seguito praticamente tutta la sua evoluzione da allenatore, fino ad arrivare oggi a essere assistente all'Olimpia Milano. In lui ho visto incarnata l'essenza del mestiere dell'allenatore. È partito facendo tutta la gavetta, occupandosi del lavoro meno visibile, poi è diventato assistente di grandi allenatori come Ettore Messina. Per me rappresenta un esempio concreto di meritocrazia. È la dimostrazione che il lavoro duro, fatto con serietà e umiltà, alla lunga viene premiato.

Come è nato, concretamente, l'accordo con Basket Torino dopo che c’era già stato un contatto in passato?

Ci eravamo già parlati l'anno scorso ed avevamo valutato questa possibilità, poi ognuno aveva preso strade diverse. Successivamente, senza alcun preavviso, è arrivata la telefonata di Paolo, che mi ha chiesto semplicemente se fossi disponibile a fare una chiacchierata. In quel periodo avevo anche altre porte aperte, ma questa era la proposta che, dal punto di vista tecnico e tattico, mi stimolava di più. In più c'era un aspetto fondamentale: poter tornare a lavorare nella mia città, quella che considero casa da trentotto anni. È stato proprio questo il dettaglio che mi ha convinta quasi immediatamente ad accettare. 

Il Parco Ruffini, è sempre stato un luogo speciale per lei... 

Assolutamente sì. Per me quel parco è sempre stato il simbolo della libertà, della pallacanestro e dell'amicizia. Io abitavo a Settimo, ma giocavo alla Ginnastica Torino e ci allenavamo proprio lì, dietro al circolo Sociale. Ogni estate c'era il “Torneo Topolino” e per me erano i giorni più belli dell'anno. Ricordo tutti quei viali pieni di squadre arrivate da ogni parte d'Italia, l'atmosfera che si respirava, le finali disputate sul campo principale. Da bambina vivevo quei giorni come una festa. Poi, da ragazza, a Torino non c'era una squadra in Serie A e mio padre mi portava spesso a vedere giocare Biella. Era il modo migliore per continuare a respirare pallacanestro ad alto livello.

Qual è stata la logica con cui è stata progettata la Reale 26/27? E che stagione dovranno aspettarsi i tifosi?

Il primo obiettivo è riportare un forte senso di appartenenza. Torino ha una tradizione importante e può contare su un pubblico capace di fare davvero la differenza. Quando il palazzetto si accende, i tifosi diventano il sesto uomo in campo. Negli ultimi anni non è stato semplice, non solo per Torino ma per tante società. Per questo motivo credo sia importante ricostruire un'identità. La scelta di inserire giocatori che conoscono il territorio, giovani motivati e persone che hanno un forte legame con questa realtà – come nel mio caso – va proprio in questa direzione.

Dal punto di vista tecnico, che squadra vedremo?

Mi aspetto una squadra che crescerà partita dopo partita. Oggi non ci poniamo obiettivi, crediamo tutti che questa possa essere una squadra capace di sorprendere. Le scelte fatte sul mercato sono perfettamente coerenti con l'idea di pallacanestro che vogliamo sviluppare. Vogliamo giocare ad alta intensità, con ritmi elevati, una pallacanestro moderna, dinamica, quasi da settore giovanile per aggressività e velocità di esecuzione.Ci sarà molto gioco sul pick and roll, situazioni di pick and pop e grande attenzione ad aprire il campo per valorizzare le caratteristiche dei nostri giocatori. L'obiettivo è mettere ogni atleta nelle condizioni migliori per esprimere le proprie qualità.


C'è un aspetto che ti convince particolarmente di questo gruppo?

Una su tutte, direi la “fame”: credo che tutte le persone scelte, me compresa, abbiano una motivazione enorme. Non c'è nessuno che venga a Torino pensando di essere già arrivato. C'è chi vuole rilanciarsi dopo un infortunio, chi arriva da stagioni complicate, chi è alla prima esperienza in questo campionato e vuole dimostrare il proprio valore. Questa voglia di emergere sarà uno dei punti di forza della squadra.

Nelle ultime settimane si è parlato molto del mercato e della situazione legata agli stranieri.: a che punto siamo?

Credo che entro la fine del mese arriveranno le comunicazioni ufficiali, ci sono ancora un paio di dettagli da definire e, proprio per questo motivo, preferisco non sbilanciarmi. È giusto aspettare che tutte le situazioni siano chiuse, anche per rispetto dei giocatori coinvolti. 

Se potessi parlare con la Lara di dieci o quindici anni fa, quale consiglio le daresti?

Le direi che ha fatto bene a non mollare. Ci sono stati almeno tre o quattro momenti in cui ero davvero vicina a lasciare tutto. Oggi posso dire che resistere è stata la scelta giusta. Le direi anche che ha investito bene nei rapporti con la famiglia, perché sono stati proprio loro a sostenermi nei momenti più difficili del mio percorso. Forse l'unico consiglio che le darei è quello di preoccuparsi un po' meno dei rapporti personali e di essere, in alcune circostanze, più rigida e determinata. Ma, soprattutto, le darei una grande pacca sulla spalla. Perché, guardandomi indietro, credo di essermela  meritata.

Chiudiamo con un pronostico sul campionato di Serie A2. So che fare nomi è sempre difficile, ma ci sono squadre che, guardandole sulla carta, sembrano avere qualcosa in più rispetto alle altre?

Se devo indicarne una, dico la Fortitudo. È una società che da diversi anni sta cercando di conquistare la promozione e credo che questa continuità possa rappresentare un fattore importante. Inoltre penso che abbiano una motivazione particolare e come spesso accade nello sport, la voglia di riscatto può diventare un valore aggiunto. Per questo motivo credo che la Bologna possa essere una delle squadre da battere, in quello che sarà senz’altro un campionato molto competitivo. 

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