Canestro e fallo - Vediamo?
Con un lungo comunicato, contenente un irrituale punta di polemica generalmente assente in questo genere di annunci, il silenzio che ha avvolto Basket Torino dopo la sconfitta contro la Juvi nei play-in è stato squarciato per annunciare la fine della presidenza di David Avino. Sono state settimane incredibili nel senso più stretto del termine.
É stato infatti difficile a credersi il vuoto totale di parole che ha fatto sorgere qualsiasi pensiero, persino l’essere inseriti nell’osceno tourbillon per permettere due squadre a Roma in Lba (non che qui si creda alle favole, l’acquisto dei titoli sportivi è all’ordine del giorno e Torino stessa ha avuto bisogno di quello di Cagliari per ricominciare a vivere, ma tutta questa manovra è stata oggettivamente squallida per come ha impattato o rischiato di impattare su piazze calde e appassionate come Cremona, Brescia e Trieste). Tornando a noi se scorrete le notizie di Basket su Torino nella maggior parte dei casi si è scritto di ex che si accasavano, di risultati di altre squadre che hanno avuto una post-season più lunga della nostra e così via con la principale protagonista della testata non forniva niente di cui parlare. Beffa suprema: la conferma delle finali di Coppa Italia alla Inalpi Arena con tanto di dichiarazioni su Torino “che ha fame di basket” mentre non si aveva la minima idea sul futuro gialloblù.
Durante questo momento tratteggiato con efficacia da un pezzo monumentale di Arianna Spennacchio è stato come se la gola mi si fosse seccata, contagiato dal mutismo societario. Il mondo correre velocissimo intorno a noi mentre stavamo immobili, zavorrati al suolo. Mi mettevo nei panni dei professionisti che non sapevano cosa avrebbero fatto l’anno successivo, ma soprattutto dei dipendenti che aspettavano di conoscere il loro futuro. Cercavo di capire cosa ci sarebbe rimasto per allestire il roster visto il ritardo mostruoso accumulato. É stato straniante.
Il diciotto giugno è iniziata la presidenza di Bruno Palombella, ma, dopo i primi minuti di entusiasmo, la sensazione è rimasta. Quando ho guardato il video della conferenza stampa avrò cambiato idea almeno dieci volte durante l’ascolto delle prime dichiarazioni del nuovo numero uno torinese. L’empatia nei suoi confronti è indubbia, la comprensione per il ritrovarsi da solo con tutti i fari puntati addosso anche, mi ha scaldato il cuore sia il cercare di coinvolgere il territorio (anche a livello di presenze a palazzo) sia il nominare con serietà e rispetto il nome Auxilium che in annate precedenti non poteva venire nemmeno pensato. Poi però c’è dell’altro.
I dubbi sulla consistenza economica ci sono, la sensazione di ritrovarsi di fronte a una versione buona e onesta di Manenti non sono sparite anche davanti a qualche domanda che, con i guanti di velluto, ha ricordato quelle di Gerevini nella famosa conferenza stampa dell’ex presidente del Parma. Su obiettivi e budget è risuonata una parola che è la morte di qualsiasi progetto sportivo e non si sa per quale motivo venga sdoganata tranquillamente solo in ambito torinese (anche calcistico): “Vediamo”. Questo senso di indefinitezza, questo non fissare obiettivi deprimono più della realtà brutale che Paolo Moretti ha giustamente comunicato con eleganza, ma schiettezza quando è andato al microfono. Siamo in un ritardo, dovremo prenderci dei rischi, abbiamo un paio di bombe a mano in mente per il finale di mercato (tradotto qualche giocatore che potrebbe abbassare le pretese una volta rimasto col cerino in mano).
Torino non ha più bisogno di “vediamo”, ma di certezze anche se queste fossero il mangiare pane duro che può anche rivelarsi nutriente se sai come masticarlo. Avrei preferito sentire il presidente dire che avremmo fatto una squadra giovane per salvarci a ogni costo quest’anno e poi, coinvolgendo altri soci, gli sponsor, allargando i settori giovanili, crescere e puntate in un triennio alla promozione. Non si ridà entusiasmo a una piazza coi vediamo, soprattutto a una piazza che alza il sedere per andare al Ruffini per le semifinali e finali promozione con Franco Ciani coach e poi non si abbona l’anno successivo quando la squadra rimane quasi la stessa (sia chiaro, il discorso “colpa dei tifosi se le cose vanno male” non sarà mai il mio, perché le responsabilità sono da altre parti, ma quel mancato ridare fiducia a un progetto tecnico non è stato molto bello).
Ci ritroviamo con più dubbi che certezze, con un palazzetto che probabilmente anche nei prossimi mesi avrà due curve (altra cosa che avrà le sue motivazioni su cui non mi permetto di entrare, ma oggettivamente non è il massimo). La speranza è che di avere una società che saprà parlare ai sostenitori e a Torino di più (e meglio) della precedente, che possa aumentare anche solo di un’unità la dirigenza per lasciare meno soli direttore generale e coach, che dia l’impressione di costruzione e non di indefinitezza, che prenda in considerazione l’idea di intervenire sul mercato in caso di infortuni plurimi durante la stagione. Chi visse sperando fa una brutta fine, ma già che ci siamo non nego che sia spuntato un sorriso per la notizia della conferma di Matteo Ghirlanda e un Paolo Moretti che costruisce la squadra così come venivano assoldati i ronin ne “I Sette samurai” sotto sotto mi intriga parecchio e merita sostegno, motivo per cui rifarò l’abbonamento (e chi se ne frega direte voi: ci sta). Poi oh, magari riusciamo a tenere Allen e azzecchiamo un altro americano prendendo un mega-tiratore, chi lo sa. Troppo? Sì, forse, ma ogni tanto l’appassionato ha bisogno di innalzarsi anche scioccamente dal fango del “vediamo”, altrimenti è davvero finito tutto.


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