Il gioco del silenzio
Sono giorni difficili per gli appassionati del basket che si erano illusi di poter godere dell’amore per questo sport senza troppe sovrastrutture, al di fuori da evidenti giochi di potere e macchinazioni, tra campionati considerati da sempre meno importanti del calcio, con meno soldi e meno copertura.
Eppure la bolla è scoppiata e la bella stagione che solitamente porta con sé il fermento del mercato estivo, quest’anno sembra proprio promettere tempesta.
A Torino è dalla fine del campionato, il 29 aprile, che vige un assoluto immobilismo, un gioco del silenzio esasperante che se in un primo momento era riconducibile alla calma piatta di una società con poche ambizioni, ad oggi sembra essere ben più pericoloso.
Saremmo poco onesti però se pensassimo che questo mutismo sia recente: nell’ultimo anno non vi è mai stata una presa di posizione netta sugli obiettivi della squadra e ancora prima abbiamo osservato un ridimensionamento societario che ci ha fatto storcere il naso ma che abbiamo accettato come male minore in cambio di un campionato tutto sommato di buon livello.
Siamo sempre meno ma restiamo affezionati alle nostre partite della domenica, sorridenti a palazzo con le vittorie e, un po’ più spesso, incazzati per le sconfitte; siamo una tifoseria difficile, disillusa, ma che non molla.
Viviamo in una situazione che ricorda la metafora della rana bollita: l’animale, messo in una pentola a temperatura ambiente, vive sereno ed una volta acceso il fuoco sotto di essa si gode il tepore, senza preoccuparsi troppo di ciò che verrà. Man mano che il calore diventa meno sopportabile riconosce il pericolo ma lo sminuisce; quando si rende conto che è il caso di saltare fuori, è ormai troppo provato per riuscire a salvarsi.
Siamo da anni delle rane che galleggiano in una pentola di mediocrità ed ora stiamo andando a fuoco senza che nessuno tenda la mano per salvarci.
Vittime di trattative silenziose e giochi al rialzo che arricchiscono pochissimi e distruggono la passione di tutti: i tifosi attendono, impotenti, con la testa sul ceppo, in attesa di capire se il boia calerà la mannaia.
Le sventure uniscono spesso più delle gioie e questa angoscia avvolge in un unico abbraccio Torino, Brescia, Trieste, Ruvo di Puglia, Scafati e chiunque altro si ritrovi sul sanguinoso cammino di un avvocato con manie di grandezza e di una lega che permette tutto ciò.
Non sappiamo ancora cosa ci riserverà il destino ma una cosa è certa: di questo gioco non scriviamo noi le regole, ma possiamo rifiutarci di esserne le pedine.
A cura di
Arianna Spennacchio


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