Canestro e Fallo

Un gioco, non un giocattolo

Francesco Bugnone
15.05.2019 14:01

Quando, un mese abbondante fa che ormai pare un secolo, sembrava andassimo in contro “solo” al fallimento, pensavo a cosa avrei scritto.

L’idea migliore era qualcosa di simile all’ultimo episodiofumettistico di “Vendicatori divisi”, dove, con il team sopravvissuto per miracolo a una terribile minaccia interna e costretto a chiudere per vari motivi, i differenti membri si ritrovavano per rievocare le gesta migliori, prima di uscire un’ultima volta sul balcone a ricevere l’abbraccio di chi li aveva tanto amati.

Ma poi hanno iniziato ad accavallarsi le voci, le notizie, le nuove illusioni, i nomi che non pensavi mai di vedere associati all’Auxilum, le lettere di commiato, l’esclusione, le penalizzazioni. Così, mentre la squadra si salvava sul campo, ciò che aveva conquistato con fatica andava sbriciolandosi. Più si andava avanti, più era come se una mano invisibile iniziasse a svuotarmi fino a farmi rimanere senza niente. La rabbia, la tristezza, il nervosismo, la malinconia: tutto via, talmente era disgustoso il quadro che si manifestava davanti a noi. Solo un gigantesco nulla, altro che voglia di scrivere. Nemmeno lo sfogo verso il nemico esterno reggeva, perché la testa dell’Auxilium sul ceppo l’ha messa la società e non poteva mettere il collo nella maniera più comoda per farselo mozzare meglio.

Le domande senza risposta rimangono le stesse e mi vergogno anche a riproporle, ma con quale criterio, se la situazione è già critica, si va a prendere Larry Brown e si riprova l’avventura in Eurocup se non si hanno i soldi? In cosa si sperava? In chi, soprattutto? Si cercava di vivere sopra le proprie possibilità per attirare qualcuno, e quindi è stata una scommessa fatta scientemente, o cosa? Il tutto nella cornice di una città che ama tanto rimanere a guardare in situazioni come queste. Lo ha già fatto, lo rifarà: nulla di nuovo, anche questa è Torino, per riprendere il grido di battaglia di Marco Galli, ma con segno totalmente opposto.

Ieri sera, però, la stessa mano che mi aveva tolto le emozioni di cui sopra, le ha rimesse tutte dentro. L’ultimo ballo dell’Auxilium Torino è stato qualcosa che ha riempito il cuore. Credo di non aver mai guardato una partita senza dare un’occhiata al punteggio, prima di ieri. Mi sono riempito gli occhi delle nostre canotte, di tutte le giocate, quelle giuste e quelle meno, in attacco e in difesa.

Ogni tanto mi ritrovavo in aria, dopo un canestro e fallo di Anumba, per esempio, dimenticandomi del fatto che fossimo ai saluti, ma il più delle volte contemplavo, cercando di mettere dentro me tutto quello che non avremo più a tempo indeterminato. Eravamo tutti là a rendere omaggio, come in quel numero dei Vendicatori.

Le standing ovation finali, il monumento al concetto di Capitano che è Poeta, il bene che voglio a Hobson, il viso di Portannese al termine dell’incontro, che forse è quello che mi darà maggiormente la misura della serata, i cori per Galbiati, Comazzi e Parente, le spalle larghissime dello staff nel portare avanti una stagione in cui erano letteralmente soli, l’eroismo dei dipendenti dietro le quinte. Tutti in piedi per questa squadra. Tutti a dire “grazie”. Io mi sento anche di chiedere “scusa”: se fosse stato chiaro sin da prima il livello del buco, non mi sarei mai sognato di criticare questo o quel giocatore o una determinata scelta tecnica dei coach.

Il futuro è una domanda senza risposta. Il generico “ritorneremo” sembra più un umanissimo auto- incoraggiamento per poter sognare ancora un po’. Allora facciamo finta di crederci. Ritorneremo. Ma dove e come? Per cosa firmerei con il sangue? Per un po’ di serietà. Per il passo lungo la gamba. Per arrivare in alto con il lavoro, perché alla lunga i risultati arrivano (vedi Trento). Per i fatti, presentati bene, anteposti alle parole. Tanto il palazzo lo riempiamo lo stesso. Solo così potremmo davvero ritornare e, questa volta, rimanere. Perché la serietà è quello che merita il basket che è uno splendido gioco. Non un giocattolo.

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