Pink and Roll

PalaRuffini: il nostro posto nel mondo

Arianna Spennacchio
19.09.2018 12:50

Nella vita siamo abituati a voler sempre essere più giovani della nostra età, o per lo meno sembrarlo, tornare bambini: io ieri, per la prima volta, varcando la soglia del PalaRuffini ho desiderato essere più vecchia. Sono troppo giovane per aver vissuto anche solo la metà delle emozioni che hanno provato lì dentro i miei compagni di tifo più adulti, mi sono sempre dovuta affidare ai racconti: non ho visto giocare la Berloni, non ho assistito alla Coppa Korac, non ho sognato con Darryl Dawkins, non ho visto all'opera Dido Guerrieri nè visto nascere i nostri colori.

Ricordo però la prima volta che sono entrata al Ruffini, non gremito come oggi, e le prime sofferenze quando Trento ci ha impedito di tornare in Serie A: da quella stagione non ho perso una partita, e non per modo di dire. Ho seguito la squadra in casa e in trasferta, dal vivo e in tv, aspettando sempre con ansia il momento in cui mi sarei seduta su un seggiolino colorato al palazzetto.

Ricordo i derby contro Biella, la cattiveria agonistica che generavano in campo e sugli spalti.

Ricordo come uno dei giorni più belli della mia vita quando abbiamo festeggiato il ritorno in Serie A, il mare di gente in campo e la coppa alzata al cielo.

Ricordo come fosse ieri l'ansia e la sofferenza dell'ultima partita di campionato l'anno dopo, quando vincere contro Pesaro poteva non bastare e avremmo potuto ritornare nell'oblio della seconda serie. Dopo la sirena finale abbiamo vissuto minuti interminabili, in un silenzio irreale, aspettando l'esito della partita di Bologna. Abbiamo gioito e l'abbiamo fatto insieme.

Dopo tutte queste emozioni, nel corso degli anni quel palazzetto è diventato il mio posto nel mondo, il luogo in cui tutti i problemi esterni spariscono per qualche ora, dove posso emozionarmi e sono fortunata a poterlo fare insieme a tutta la mia famiglia.

Ogni anno la prima partita casalinga mi lascia un po' spaesata, tanti volti nuovi che si sovrappongono a quelli dei giocatori che hai tifato l'anno prima, qualcuno con più ardore, è inutile negarlo. La cosa speciale però, è ritrovarsi in migliaia con la stessa passione e la stessa speranza di sempre.

Ieri è stata l'ultima partita giocata al Ruffini e ho deciso di portare con me il figlio di un'amica, un bambino di sette anni che non aveva mai visto una partita di basket: inutile dire che ne è stato entusiasta. Come io non ho ricordi della vecchia Auxilium, lui non potrà vivere quel palazzetto come ho fatto io, ma spero che un giorno ripenserà alla sua prima partita e ricorderà, prima ancora dell'emozione delle fotografie con i giocatori, il giallo e il blu intorno a lui.

Tra qualche settimana comincerà un nuovo corso e saremo obbligati a trasferire il nostro cuore in un altro palazzetto e ammetto che sia un duro colpo a cui mi devo ancora abituare: da piccola realtà cittadina siamo diventati una squadra con ambizioni europee ed è quindi necessario il migliore dei palcoscenici, un teatro più grande per il nostro spettacolo.

Affezionarsi a un luogo può sembrare infantile ma sono certa di non essere l'unica che se chiuderà gli occhi riuscirà ad immaginare il rumore e l'odore di quel palazzetto, rivedere mille scene come un adulto che ricorda la prima volta che ha visto il mare o l'odore della cucina di sua nonna.

Nella mia testa ci sarà sempre una finestra aperta a cui affacciarmi e guardare quei colori, per ricordare la prima volta che ho aperto veramente gli occhi innamorandomi di questo gioco meraviglioso.

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