Serie A

Viva Las Vegas!

La stagione della Fiat ha preso una piega definita già a novembre? Secondo alcuni anche prima....

Domenico Marchese
22.11.2018 13:07

“Ma devi proprio andare anche se non conta nulla?”. La domanda di mia moglie poco prima di partire per il PalaVela, per gustarmi un succulento Fiat-Kazan, il classico testacoda reso ancora più estremo dagli infortuni di Torino, è stata liquidata, seppur con rammarico, con una semplice risposta: “Preferirei restare con te a fare aperitivo guardando la partita in Tv. Meglio che guardarla con il binocolo al palaVela. Ma con la Fiat non si sa mai. Le sorprese sono dietro l’angolo, nascoste anche sotto un’innocua partita infrasettimanale”. Naturalmente sono stato più sbrigativo nella risposta, ma la narrazione ha i suoi tempi e le sue strade: sono salito in macchina e, spulciando nella playlist, è partita in auto a tutto volume “Viva Las Vegas”. Un grande classico di Elvis Presley che si presta a raccontare la stagione, almeno fino a oggi della Fiat Torino: una scommessa continua, un azzardo costante pensando sempre di essere sulla strada giusta. Un po’ come non avere i soldi per pagare l’affitto e scegliere quindi di andare a comprare un Gratta e Vinci, ma sempre dallo stesso tabaccaio: chi vuole intendere, intenda. 

RIEN NE VA PLUS

“Royce White è un grandissimo giocatore” ci dicevano, mettendo in bella mostra i giudizi dati dagli scout prima del draft. “Una bella idea di giocatore in un mondo ideale” gli rispondeva qualcuno, chiedendosi come mai un giocatore che in tutta la sua carriera non è riuscito ad avere continuità potesse iniziare ad averla all’improvviso, per grazia ricevuta: infatti, nonostante le rassicurazioni date dal suo procuratore, che è lo stesso di Brown, di McAdoo, Cotton e Carr, White non è mai atterrato a Torino. Forse perchè i suoi problemi (massimo rispetto per le difficoltà altrui) lo hanno portato più volte nel corso della sua vita, a rifiutare di salire su un aeroplano: magari avessero ampliato la dirigenza ingaggiando Soldini, forse adesso avremmo White in campo e Tim come sponsor. L’ultima scommessa in ordine di tempo (internet non ha spazi delimitati, vero, ma elencarle tutte, da Holder allo stesso Brown, sarebbe troppo crudele nei vostri confronti) è Hobson, arrivato ieri a Torino ma ancora “sub judice”: prima bisogna passare le visite mediche. Sembra di sentire in sottofondo una voce che recita “signori, fate il vostro gioco”. 

LA MISURA E' COLMA

In questo mare di approssimazione, che sarà reso ancora più profondo dalla partenza di Brown dopo la partita di Brescia, ieri abbiamo assistito anche a una discreta ventina di minuti da parte della Fiat, salvo poi spegnersi come prevedibile sotto i colpi da peso massimo dell’Unics Kazan. Difficile aspettarsi qualcosa di più da una squadra senza colonna vertebrale, almeno dal punto di vista tecnico, visti i continui cambi di organico (avviso ai naviganti: con Hobson visti finiti al 22 di novembre) e la mancanza di continuità tecnica, spezzettata dalle partenze per gli States di Brown; specialmente dopo l’infortunio di Taylor e la partita deprimente per atteggiamento di Rudd. Ecco, la domanda è proprio questa: come mai ogni giocatore si destreggia dignitosamente in tutte le realtà e appena sbarca a Caselle diventa un caso umano? Forse perchè anche l’acero canadese più resistente farebbe fatica a sopravvivere in Ghana. 

E' ARRIVATA LA BUFERA (cit.)

Ripensavo alle parole di mia moglie - “ma visto che non conta nulla, non puoi guardarla da casa?” - quando, durante la partita, si sono sentiti i primi fischi verso Rudd. Sfociati a fine partita nella contestazione, che come sempre coinvolge tutto e tutti i presenti: dallo stesso Rudd al padre di Carr, tornato indietro per confrontarsi con i tifosi e poi trascinato via da Anumba. Signor Carr che, osservando le partite al PalaVela, non attende mai un secondo per esprimere il proprio giudizio a bordo campo, quasi una guardia del corpo del figlio, un avvocato dei diritti cestistici. 
Un mare magnum in costante tempesta, spogliatoi con le porte girevoli, giocatori potenzialmente tagliati, poi riabilitati, poi caduti nuovamente in disgrazia. Questo è il riassunto di quattro anni di serie A sotto la Mole: un grafico impazzito in cui la reputazione di tutti, indistintamente, dal mito Recalcati al rampante Banchi, da Vander Blue a Jerome Dyson, viene inserita come una pallina nella roulette. Che gira, gira, gira e prima o poi fornisce il responso, valido solo fino al prossimo giro di ruota. 

VIVA LAS VEGAS

La voce di "The King" continuava a rimbombare nella mia testa dopo essere uscito dal PalaVela: se la “storia si ripete come farsa”, anche le città e gli ambienti, con le dovute distinzioni, non sono ripetibili senza cadere nel ridicolo. Ecco perchè Las Vegas funziona solo in Nevada. Per lo sport, ancora di più per la pallacanestro, servono solidità, idee chiare, da seguire con decisione e convinzione, anche quando sembra di aver sbagliato tutto. Qualche correzione è legittima, le porte girevoli meno. La sfortuna esiste e non è da imputare a nessuno: creare le migliori condizioni perchè prosperi, invece, è un peccato capitale per una realtà ambiziosa.

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