Canestro e Fallo

Nubi di ieri sul nostro domani odierno

Torna “Canestro e fallo”, la rubrica curata da Francesco Bugnone

Francesco Bugnone
20.03.2019 15:10

Te lo ricordi quando cercare parcheggio prima di una partita era visto come qualcosa da fare in fretta perché non vedevi l’ora di entrare a Palazzo e sentire il ruggito del Ruffini? Adesso, in  una malinconica e grigia domenica mattina di una stagione che non è più inverno e non è neanche primavera, trovare posto è solo un esercizio di imprecazioni fini a se stesse in un infinito gioco dell’oca, aspettando il lancio di dado fortunato che ti porti aqualcuno che vada via liberando una casella. Lo spirito è quello dell’automa che fa quello che deve, ma senza gioia. Nessun brivido mettendo un passo dietro l’altro fra l’auto e il Palavela. Lo squarcio di ottimismo dopo Sassari è già finito.

Lo hanno soffocato non tanto le due sconfitte in trasferta contro Milano e Brindisi (quest’ultima l’ennesimo suicidio da aggiungere alla catasta delle partite da rimpiangere), quanto tutto il contorno. La trattativa che sembrava chiudersi, ma non si chiudeva. La trattativa che qualcuno dice non ci sia stata mai. Che, alla fine, non si è chiusa, ma ha dato spazio a un’altra, ancora più fumosa e indefinita, dove chi vuole informare e informarsi fa sempre più fatica a trovare la bussola, mentre chi invece “sa tutto” può infilare voci assortite, tanto vale qualunque cosa. In mezzo, la squadra con gli stipendi pagati in ritardo e fratelli di ex giocatori che reclamano soldi sotto il post con gli auguri a Comazzi che non si è nemmeno potuto festeggiare il compleanno in santa pace. In mezzo, soprattutto, la nottata che non vuole passare.

Come siamo arrivati fino a questo punto? No, non è la solita domanda retorica, fatta sospirando e guardando il vetro appannato mentre fuori diluvia. Lo voglio sapere. E non sto parlando delle capatine negli spogliatoi o di scelte di mercato giuste e sbagliate, voglio proprio sapere come si sia arrivati qui. Con quale criterio si sia imbastita una squadra, si sia preso un determinato tipo di coach non certo a buon mercato, si sia cambiato casa in fretta e furia, si sia pseudoprogrammato qualcosa senza rendersi conto della situazione in cassa. Oppure rendendosene conto. Che tipo di salvagente ci si attendeva e da chi. Voglio saperlo. Abbiamo fatto X perché ci aspettavamo Y. Una risposta va pretesa. E che non sia “abbiamo fatto degli errori”, perché direi che ci eravamo arrivati un po’ tutti. Cosa è capitato, che cosa vi ha detto la testa, in cosa speravate. 

Ebbri di tutta questa positività, il carico da undici ce lo mette il primo quarto contro Bologna, degno di un film dell’orrore, che ti fa arrabbiare qualche secondo, poi ti fa sprofondare in una cupa rassegnazione. La testa china, datemi una mazzata in testa e fate finire questo strazio. Basta trattative, basta sconfitte, basta tutto, chi ce lo fa fare. Però.

Però, a un certo punto del terzo quarto, quando rimontiamo, sembra girare tutto follemente bene e Moore infila la tripla del meno cinque e tutto il Palazzo è in piedi, tutti che urlano e tutti che ci credono, anche in campo, Madonna c’è Wilson che urla con la bocca spalancata e sembra inghiottirci tutti, assomigliando, per un attimo, a quella belva che ricordavamo il primo anno e non al tizio che si palleggia sui piedi in questo, allora ricordiamo chi ce lo fa fare, quanto siano belli momenti come questi, quanto sia meraviglioso amare la pallacanestro. Poi Djordjevic chiama timeout, l’inerzia torna, lentamente, in mano alla Virtus e finisce come quasi sempre quest’anno, ma abbiamo capito. Forse fa ancora più male, ma abbiamo capito quanto ci mancherà quella scintilla se venisse definitivamente spenta.

E allora aggrappiamoci ancora a qualcosa. A domenica alle 18, per esempio, perché contro Brescia è davvero “LA” partita. Per certi versi è ancora più importante della finale di Coppa Italia, perché da alzare non ci sono trofei, ma una cosa molto più importante: la testa. L’unico modo per non annegare nel tourbillon di voci e controvoci e previsioni tetre, resta sempre tenerla su.

 

 

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