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Chi non lotta, in campo e fuori, stia pure a casa.

Solo i perdenti piangono per le restanti 15 partite: una squadra lotta fino all'ultimo match. Solo così si conquista una salvezza.

Domenico Marchese
14.01.2019 12:02

Una sola società ha vinto la Coppa Italia e poi non si è qualificata ai playoff. Una sola società ha vinto la Coppa Italia e l'anno successivo non si è qualificata per difendere il titolo conquistato. Inutile girare troppo intorno, Torino la storia l'ha scritta: prima dal lato giusto, vincendo il primo titolo nella storia d'amore e odio con la pallacanestro, poi da quello sbagliato, non riuscendo a dare seguito a quello che, al momento, è il punto più alto della storia cestistica cittadina. Oggi, 14 gennaio 2019, è l'anniversario del Big Bang "alla meno uno", non il momento in cui tutto nacque ma quello in cui tutto finì: la Fiat di oggi è una squadra svuotata, una società in tempesta, un progetto (??) fallito, ripreso, ricucito, fallito nuovamente. Facile oggi distribuire colpe: dalla proprietà con le sue scelte, la più scellerata delle quali è superfluo ripetere, ai giocatori, lo staff, i tifosi, i giornalisti. Tutti colpevoli.
Non è un'affermazione sarcastica, ma la verità: del momento di Torino siamo tutti colpevoli. Lo sono naturalmente i Forni, perchè quando un'auto va a sbattere è scontato dare la colpa chi guida: ma dov'erano coloro che erano incaricati di controllare i passi fino a quel momento compiuti? Era così imprevedibile che la situazione sarebbe precipitata a breve? La sconfitta dell'inadeguatezza. Ogni direttore generale è stato fatto fuori sistematicamente, ogni allenatore è diventato un incapace, ogni giocatore è stato un lavativo con il gialloblu indosso. Bugie, giustificazioni a cui quasi tutti hanno continuato ad annuire. Fino a rendersi conto del disastro.
SCAGLI LA PRIMA PIETRA - Chi non ha colpe, insomma, scagli la prima pietra. Torino è sull'orlo del baratro, con una società che sembra non voler più aprire i cordoni della borsa. La sensazione è questa, nella speranza di essere smentiti: qualcosa si è rotto o, meglio, si è prosciugato. Possibile che 120.000 circa di Bat possano fermare il tentativo di correggere in corsa il roster della squadra? Eppure al momento si spera nel ricorso, sul fronte societario, mentre i tifosi sperano nel cambio di proprietà per rivitalizzare l'ambiente, ormai sfiduciati e in aperta contestazione con la proprietà. Anche a Pesaro lo striscione "Basta Forni" ha fatto la sua presenza, un segnale di rottura con il passato, una presa di coscienza che ha cambiato le carte in tavola. 
LA PALLACANESTRO TORINESE - In questo scenario da far west la squadra è abbandonata a se stessa. La sconfitta di Pesaro è stato un colpo duro da digerire, ma guai a chi si deprime!! Non si retrocede con lo sguardo mesto, si retrocede con il sangue agli occhi e le lacrime del fallimento sportivo ma solo dopo aver lottato. Leggo, sento, ascolto tifosi, appassionati, colleghi che parlano di A2: smettetela, vi prego. Torino è scarsa, costruita male (e qui potremmo discuterne ma si direbbero cose scontate, trite e ritrite, ndR), anarchica: McAdoo è tutto quello che un centro non deve essere, prima di tutto perchè non è un centro, Carr ha la capacità di nascondersi dalla partita nei momenti chiave, Cotton manca come l'acqua nel deserto. Ma se non ci crede chi vive di passione, come possono farlo i giocatori? Perchè Torino è più bella e merita più rispetto di Limoges, per dirne una? Per i tifosi, per la passione. Che resisterà ai Forni, ai cambi di proprietà. Tutti si assumano le proprie responsabilità, altrimenti non ci si può definire "migliori", per quanto sia opinabile l'aggettivo, di chi questa crisi l'ha costruita mattoncino dopo mattoncino. "La prossima non la vinciamo mai, giochiamo contro Venezia!". Cosa mi tocca sentire. Puntare 100 euro sulla vittoria di Torino contro la Reyer sarebbe follia, sperare di vincere ogni dannata partita è un obbligo. In campo come fuori, dietro la scrivania come in panchina. Salvarsi e salvare il basket torinese, il tesoro che ogni domenica riempie il PalaVela, le emozioni e la passione. Contro tutto e contro tutti. 
Salvarsi per continuare a sognare, per rivedere giocatori del calibro di Vujacic, Dyson, Rudd (SI! Rudd!) inseriti in un contesto migliore, nel contesto giusto: quello di una società di pallacanestro. Di una società sportiva seria. 
Il tempo per i verdetti arriva prima o poi: se riuscirà a salvarsi, sarà necessario un repulisti generale. Basta figure improvvisate, chi conosce lo sport gestisca la società, gli altri stringano mani e si affidino a professionisti del settore. 
Io ci credo, solo un folle piangrebbe per 15 partite non conoscendo il suo destino. 

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